McMuseum™

“I musei italiani in crisi per colpa della politica? Certo, ma invece di piangere, aspettando il miracolo, anche il Bel Paese dovrebbe fare come gli Usa: trasformare i musei in hotel part time, per iniettare preziosi fondi in cassa e far quadrare i bilanci”.
Con questo incipit, fulgido esempio di giornalismo anglosassone, Alessandra Farkas introduceva più di un mese fa un articolo su un’iniziativa del Guggenheim di New York, che si apprestava ad offrire agli appassionati pernottamenti tra i 300 e gli 800 dollari nell’installazione “Revolving Hotel Room”, camera girevole creata dal belga Carsten Höller. Da queste poche righe si evince che è opinione della Farkas che i musei italiani, se vogliono riprendersi dalla crisi che li attraversa1, invece di aspettare la manna, dovrebbero darsi una mossa e… trasformarsi in qualcos’altro.
Toh, che novità!
Ogni volta che si pensa di valorizzare i beni culturali, escono fuori proposte come questa. Facciamoci un bel ristorantino che vista panoramica. Sì, dài, facciamo anche un drink-bar, con area espositiva e bookshop con dj-set ambient. Sembra che l’unico modo intelligente che abbiamo per riqualificare la cultura sia spingere ricchi studenti del DAMS a buttare i soldi di papà in cocktail annacquati venduti al doppio del prezzo. Cosa che è invece un chiaro segnale di debolezza, perché attesta che pur di far cassa siamo pronti ad attirare gente a cazzo di cane, a prescindere dal loro interesse nei confronti dell’arte.

COME UN FAST FOOD
Però perché togliere fuori un pezzo così vecchio, rischiando di sprofondare negli abissi dell’inattualità? Devo ringraziare il Governo che, lungimirante, ha preso spunto dall’idea della Farkas e si è spinto oltre. Perché limitarci infatti a trasformare i musei in alberghi di lusso quando possiamo farli diventare una multinazionale dei fast food? Con la nomina di Mario Resca, ex AD della McDonald’s Italia, a Direttore Generale dei Musei l’evoluzione sarà rapidissima. Le divise a strisce orizzontali per gli inservienti saranno pronte a breve, mentre molti musei si stanno già dotando di sportelli take away grazie ai quali potrete avere opere d’arte al volo mentre una giovane precaria, pagata 400 euro lordi al mese, vi riempirà di madonne nascoste da un sorriso.
Dài, è indiscutibile che la nomina di Resca è una di quelle notizie che sorprende e fa sorridere2. Cioè, già decidi di nominare a Direttore Generale dei Musei, per la prima volta nella storia, una figura professionale che non sia né architetto, né storico dell’arte, né archeologo, cosa di per sé sufficiente a generare malumori nell’ambiente, se poi lo vai pure a pescare da MCDONALD’S, vuol dire che te le cerchi. Ecco perché, nonostante ovviamente il Governo si prodighi a difendere la scelta, piovono proteste: bocciatura unanime del Consiglio superiore dei beni culturali e migliaia di firme raccolte dalla Fondazione Bandinelli. Legittimamente ci si chiede: Resca avrà anche “lo scopo di superare anacronismi e conservatorismi ed imprimere dinamismo ed efficacia alla fruizione del patrimonio storico artistico lasciato finora in un sostanziale immobilismo”, ma che competenze ha per farlo?

[...] lei si è mai occupato di beni culturali? «No. Io sono un frequentatore di musei.
Dice di essere un semplice frequentatore di musei, che è come se un pendolare venisse nominato AD delle Ferrovie dello Stato perché è “un frequentatore di treni”. Se questi sono i criteri di selezione, potevano scegliere un qualsiasi turista giapponese. Magari ne sapeva anche di più.
«Ma se permette vuol dire poco che non mi sia occupato di beni culturali». Poco? «Non sapevo niente di ristorazione e per dodici anni ho guidato la McDonald’s italiana. Non sapevo niente neanche di gioco e ora dirigo il Casinò di Campione»
Pochissime righe di intervista che spiegano moltissimo. L’ex AD della McDonald’s non fa nessuna differenza tra una qualsiasi azienda e il sistema di gestione, promozione e tutela del patrimonio artistico italiano – che è tra i più vasti al mondo. Mette sullo stesso piano McDonald’s e i musei. E c’ha ragione! Non trovate anche voi che maneggiare millenni di storia dell’umanità sia un po’ come decidere che prezzo deve avere un McChicken con patate e Coca alla spina?
Una cosa del genere la si può dire o pensare solo se si ha in mente una gestione prettamente economica del giocattolo. Perché altrimenti devi essere freddissimo per non sentire tremare i polsi quando scopri certe cose:
“Abbiamo una rete di quattromila musei, così mi dicono3”.
Siamo d’accordo che i Beni Culturali necessitino di un’oculata gestione economica. Anche qui è inevitabile che nel corso degli anni si siano aperte voragini di inutili sprechi. Basterebbe solo andare a vedere quanti musei esistono sul territorio e quanti di questi hanno zero (0) visitatori annui per capire che molte realtà esistono in qualità di vampiri dello Stato. Solo in Calabria ce ne saranno un centinaio, di questi esempi. Quello che però è inaccettabile è l’assoluta sovrapposizione tra lucro e profitto. La cultura è profitto, per qualsiasi Stato, figuriamoci per un Paese con il nostro patrimonio.
Per questo, l’idea di Resca mi spaventa non poco. Sono zeppo di pregiudizi, è innegabile, ma il problema è che in periodo di crisi la cultura viene guardata come si guarda un rom inspiegabilmente capitato a una riunione di Forza Nuova: dopo brevi momenti di sfasamento misto a incredulità, arriva una scarica di randellate che se è fortunato potrà permettersi una cura in ospedale.
E la nomina di Sgarbi a consigliere di Resca4 non mi tranquillizza affatto. Nonostante provi per lui profonda antipatia, so riconoscergli competenze in campo storico-artistico che un venditore di hamburger non ha. Se però il diktat tremontiano del taglia, taglia, taglia dovesse contaminare i Beni Culturali, saranno solo i comunisti anacronisti a piangere per i mancati finanziamenti, che certo invece non intristiranno particolarmente la solita, immancabile, troia di casalinga di Voghera.

L’INNOVAZIONE DEL GAMBERO
Bondi, in un articolo apparso su il Giornale – che al solito spicca per la strenua difesa del pluralismo – sostiene che è ora di superare le solite idee radical chic5, abbandonando la vecchia idea elitaria6 della cultura. I beni culturali hanno bisogno di una svolta per tornare centrali nello sviluppo del Paese. I musei devono riconquistare l’appeal e il pubblico perduto.
D’accordissimo. Va da sé che questa posizione non può avere interessi meramente economici. I Beni Culturali non sono importanti solo per il PIL italiano. Sono una risorsa. Come dicevo prima, profitto, non lucro.
Il ruolo di Resca è particolarmente delicato. Si tratta di gestione delle risorse, tutela e promozione. Se dal punto di vista della tutela e della conservazione, oltre alla crisi del polo museale, sono decenni che le scuole di restauro italiane, le migliori del mondo probabilmente, vedono esaurirsi i fondi con una lunga agonia, dal punto di vista della promozione, be’, siamo delle mezze chiaviche. Campiamo di rendita da una vita. Il Bel Paese qui, il Bel Paese lì. Ma sti grandissimi cazzi. Da appassionato d’arte mi sono fracassato la minchia di vivere in una cazzo di bomboniera7. Sarebbe il momento di svecchiare, rinnovare e puntare su forze giovani. Lo stesso Bondi, che pur non ama le novità contemporanee, dice di voler “promuovere il lavoro dei nostri artisti, poiché l’Italia contemporanea […] è stata povera di nuove creazioni”8. E per dare il segnale di avere a cuore la posizione che fa? Cambia la “Direzione generale per il paesaggio, l’architettura e l’arte contemporanea” in “Direzione generale per le Belle Arti e il Paesaggio”9. Sparisce la voce “contemporaneo” e torna di moda l’obsolescente “Belle arti”. Però, bel colpo per chi dice di voler promuovere i giovani artisti.

E’ impossibile parlare di svolte o innovazioni in un sistema culturale quando la ricerca è ferma da secoli. L’arte contemporanea è sempre più lontana dai nostri schemi mentali. Basterebbe guardare i programmi liceali fin dove riescono a spingersi. Quando va grassa, arrivano al romanticismo. Riusciremo a studiare le avanguardie storiche forse quando saranno diventate archeologia.
Conseguenza naturale di questa deriva è una bella fuga di cervelli. Artisti giovani e non partono per New York, Londra, Berlino. Nessuno investe su di loro e culturalmente sembrano degli agenti patogeni. Per di più se deve scoppiare un putiferio ogni volta che una rana crocifissa vecchia di quasi vent’anni viene esposta all’ingresso di un museo, avranno tutto il diritto di sentirsi poco tutelati.
Bene, ora che ho sputato tutto il mio rancore preconcetto, chiudo con una curiosità. Cercando informazioni su Mario Resca, mi sono imbattuto in questo articolo di Repubblica – datato 13 maggio 2008. Ma che è sto Resca, un deus ex machina con nomina random?
- Che poi che crisi? Economica o culturale? [up]
- Non a caso ha fatto notizia pure all’estero. [up]
- MI DICONO?! [up]
- Da la Repubblica, 4 dicembre 2008, p. 43 [up]
- Dannati radical chic, ma quante ne dobbiamo subire a causa vostra? [up]
- Elitaristi del cazzo. Peggio dei radical chic. [up]
- A tal proposito, che ne sarà dei progetti di Piano e Fuksas per Roma? [up]
- la Repubblica, 4 dicembre 2008, ibidem [up]
- la Repubblica, 4 dicembre 2008, ibidem [up]
3 sbadigli
harlot, 6 dicembre 2008
TL;DR
kitten, 8 dicembre 2008
Perché le casalinghe di Voghera son troie? Tutto il tempo che ci ho messo a ritrovar la pass e son pure stanca.
NoirPink - Modello PANDEMONIUM, 12 dicembre 2008
Avviato il progetto “value-adding” dei musei e cominciata l’era imprenditoriale dei siti archeologici, non resta che riportare i turisti, dando patatine assieme alle audio guide.
http://noirpink.blogspot.com/2008/12/value-adding-ossia-musei-mcdonaldizzati.html
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